La consegna delle chiavi

Come è noto, il tema è ispirato al passo di Matteo (16, 18-19), e la formulazione iconografica è quella tipica che vede Pietro inginocchiato davanti a Cristo nell’atto di ricevere le chiavi, qui in realtà una sola, alla presenza di altri apostoli. La scena è ambientata in un paesaggio, alla luce calda di un tramonto ormai avanzato. Il gesto benedicente di Cristo, che sta consegnando la chiave, e quello di umile e devota accoglienza e disponibilità di Pietro, mentre gli altri apostoli sembrano commentare l’evento con pacata partecipazione – vedi il loro semplice e naturale atteggiarsi – parlano del nuovo clima religioso di fine ‘500, determinato dall’azione di riforma avviata dalla Chiesa dopo il Concilio di Trento, rivolta a sollecitare, anche attraverso le immagini sacre, una più partecipata devozione pubblica.

Anche l’autore di questo dipinto, dunque, sembra muoversi sulla linea di quanti in ambito napoletano avvertirono in modo particolare l’impegno di interpretare la nuova religiosità adeguandovi il proprio stile.

La critica ha da tempo individuato tale linea, riconoscendola in special modo in alcuni artisti come Silvestro Buono e Giovan Bernardo Lama, o ancor più, in epoca più prossima a quella del dipinto, come Fabrizio Santafede e Giovan Bernardo Azzolino, senza dimenticare l’apporto dato nella stessa direzione da alcuni artisti fiamminghi attivi a Napoli negli ultimi decenni del ‘500.

Per il carattere di maggiore naturalezza, ma anche per una più compassata articolazione compositiva, l’autore del dipinto mostra una indubbia vicinanza a Santafede. Per tale vicinanza, sembra anche prossimo all’artista, ancora sconosciuto, presente nel Salento, che si firmava col monogramma ORT.BR. NEAP.US. (cfr. Pittura in Terra d’Otranto, a cura di L. Galante, Galatina 1993), e che non disdegnò di copiare opere di altri pittori, tra i quali proprio Santafede.

 

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